
Si era in piena atmosfera natalizia, a metà dicembre di 42 anni fa, quando la convocazione del prof. Luigi Broglio (il von Braun italiano) colse di sorpresa Giancarlo Masini , me e altri pochi colleghi.
L'ex professore emerito del Politecnico di Milano, divenuto capo dei programmi spaziali italiani, ci invitava in Kenya per il lancio del primo satellite geostazionario italiano nell'ambito del progetto San Marco. L'Italia contava a Malindi su una base logistica a ridosso della costa e, al largo nell'Oceano Indiano, di due piattaforme gigantesche:la base operativa Santa Rita e la piattaforma di lancio San Marco.
Aveva così inizio un frenetica gara con i nostri concorrenti colleghi di altre testate a chi arrivava primo alla meta africana.
Non era la prima volta che direttamente dalla redazione venivamo catapultati su un'altra meta di lavoro. Così era stato per noi due il servizio sulle esequie del premier Alcide De Gasperi. Usciti dai nostri uffici di Milano in piena calura e maglietta estiva, ci trovammo nel freddo intenso di Borgo Valsugana dove nottetempo sulle vicine montagne era nevicato.

Altra musica in Kenia, dove caldo, strade e piste, nubifragio e tempesta marina hanno messo a durissima prova il fisico e la testa. Dobbiamo arrivare primi, aveva ripetuto Masini mentre volavamo a Roma, la prima di molte tappe verso la meta. Ci trasferiamo a Ciampino dove ci aspetta un C47, aereo militare da trasporto truppe e materiali bellici, velocità di crociera sui 400 km, niente sedili, solo degli affusti. Ci sistemiamo sul piano dell'aeromobile cercando almeno di dormire, ma rumore e caldo non scherzano. Dopo nove ore di volo, primo scalo, alle 3 di notte a Karthum, capitale del Sudan, per il rifornimento di carburante.
Scendiamo per una boccata d'aria fresca, ma dobbiamo subito battere in ritirata: asfalto bollente sotto le scarpe, l'aria notturna delle ore 3 é torrida.
Rientrati in cabina ci attendono altre otto ore di volo pressoché insonne. Finalmente l'atterraggio a Nairobi, la ricerca frenetica del mezzo più idoneo a coprire le centinaia di chilometri che ci separano ancora da Malindi.
Noleggiamo una jeep spartana ma il cui motore non ci tradirà. Masini, che nel frattempo ho ribattezzato l'Indomito, (e così lo chiamerò da quel giorno), guida come un pilota da Mille Miglia: la strada ben presto lascia il posto a piste sabbiose , tratturi, piccoli guadi in acqua melmosa.

In uno di questi pantani, a metà strada ci imbattiamo in un collega romano della televisione, bloccato e disperato. Qui l'Indomito cambia natura e mostra l'altro suo lato: la generosità. Tiriamo fuori robusti cavi da traino, agganciamo la vettura del disperato collega romano, e Masini con cautela e abilità lo toglie dal guado. Quindi ripartiamo sempre come indemoniati.
Giungiamo a Malindi vista mare all'imbrunire, l'Oceano Indiano è in burrasca, a terra vento e pioggia ci schiaffeggiano. Esclamo:
Finalmente un albergo e una bella dormita da cristiani.
Ma scherzi?.Dobbiamo salire sulla piattaforma operativa stasera stessa, replica Masini.
E come? insisto.
Noleggiando una barca, un battello a motore, risponde.
Mezz'ora dopo puntiamo con un piccolo scafo verso la mèta finale in uno scenario infernale di buio, vento, ondate e il timore degli squali che infestano l'Oceano Indiano. La conduce un ragazzino, testa fuori dal finestrino destro, indica la rotta al timoniere.
Noi passeggeri semi-addormentati, siamo sballottati a destra e sinistra dalle onde e lavati da raffiche di vento e pioggia fino al midollo.
Finalmente arriviamo sotto le fiancate della piattaforma logistica Santa Rita, le cui fotoelettriche ci illuminano a giorno e,previe opportune istruzioni, l'equipaggio cala prontamente una scala, cioè un quadrato di gomene.
La nostra barca però é sballottata su e giù rispetto alla Santa Rita: talvolta siamo a tiro del primo gradino, tal'altra si allontana verso l'alto. L'equipaggio per prima cosa ci alleggerisce dei nostri piccoli sacchi a spalla, issati loro con una cima a gancio.
Poi il loro megafono ci avverte: Non aggrappatevi mai con una sola mano bensì con entrambe! In ogni caso riprovate sempre e soltanto la doppia presa.
Pur con l'incubo dei pescicani, finalmente riusciamo salire: l'equipaggio accoglie con stupore i due pazzi di Milano, ci rifocilla con bevande calde e cibo, ci assegna due brande.
Giancarlo tenta la prima telefonata, ma i collegamenti con l'Italia ci faranno per due giorni impazzire, dando al presidente UGIS una motivata ragione per esaurire il suo ricco catalogo di litanie in puro vernacoliere toscano.
Il giorno dopo era il 15 dicembre 1964 - avviene il riuscito lancio che ha fatto dell'Italia la terza nazione spaziale del mondo dopo USA e URSS. Dalla Santa Rita osserviamo e fotografiamo l'agile vettore decollare in un corollario di vapori, salire prima dritto poi inganno ottico pare dovuto alla curvatura terrestre tracciare un arco come stesse precipitando, mentre invece entra trionfalmente nella sua orbita geostazionaria.
A bordo esplodono gli evviva e una serie di abbracci fra tutti i presenti, mentre gli inviati speciali, tra ' quali era anche un altro collega UGIS, Antonio De Falco, corrono ai telefoni per annunciare il grande successo di Luigi Broglio e dell'Italia.
Una volta sbarcati, quella sera finalmente in albergo un primo lungo sonno protetti da robuste zanzariere. Al mattino, aprendo le finestre sulla spiaggia , un richiamo agli squali ma stavolta in un quadretto idilliaco. Con Giancarlo Masini abbiamo potuto ammirare alcuni campioni di bellissime ragazze keniane che camminavano sulla battigia come eleganti indossatrici, ma a corpo scoperto dalla cintola in su.
Che c'entrano gli squali dei nostri precedenti incubi? Le statuarie fanciulle recavano su una spalla un bilanciere con appese due enormi, preziose pinne di pescecane. Si recavano al vicino mercato a venderle a caro prezzo. Perché, ci é stato detto localmente , una volta ben essiccate, gli acquirenti ne traevano potenti prodotti afrodisiaci.