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I libri

Giuseppe Prunai
a cura di Giuseppe Prunai


Elio Cadelo

Quando i romani andavano in America

Scienza e conoscenze degli antichi navigatori

Paolombi Editori, pp.286, €19,00
Libro - Quando i romani andavano in America

Nella prefazione, Giovanni F.Bignami astrofisico e accademico dei Lincei, si inventa un paradosso che definisce il “paradosso di Cristoforo Colombo”. “L'importante per avere il merito di una grande scoperta, è essere l'ultimo farla, non il primo”. Una sentenza che, se letta subito dopo il titolo del libro, la dice lunga sul cammino dell'umanità, sull'evoluzione della ricerca e della scienza, sull'individuazione, nel tempo, di tanti tasselli di conoscenza, tante scoperte che alla fine un genio ha ricomposto in un mosaico completo: la scoperta per eccellenza.

Il libro di Elio Cadelo, giornalista, caporedattore e inviato speciale del Giornale Radio RAI, Premio Enea 1999 per la divulgazione scientifica, è un racconto tra scienza e conoscenza dei viaggi nel “Continente nuovo “ avvenuti molti secoli prima di quello “ufficiale” di Cristoforo Colombo. I Romani furono grandi navigatori, ricorda Cadelo nel suo libro, Ad est i Romani commerciavano con l'India, la Cina e l'Indonesia. E le loro esplorazioni raggiunsero e superarono la Nuova Zelanda. Ma non solo. I Romani navigarono anche lungo le coste atlantiche dell'Europa fino alle Orcadi, l'Islanda. E oltre.

Nella carta del planisfero del geografo e astronomo Claudio Tolomeo - sottolinea Cadelo- è raffigurata l'America e siamo in età Alessandrina, visto che visse tra l'85 e il 165 a.C. e Colombo non era certo nato. In Africa, scrive Cadelo, sono state trovate tracce della presenza romana nello Zimbabwe e lungo le coste orientali. Questo è quanto ci dice la vulgata, ma in età imperiale i marinai romani raggiunsero anche l'America, che i geografi del tempo ritenevano essere la “terza India”. "Equivoco che rimarrà anche dopo la scoperta di Colombo.

"I ritrovamenti archeologici e molti passi della letteratura latina parlano di nuove terre (o isole) ad ovest e provano che i Romani conoscevano bene cosa ci fosse al di là delle colonne d'Ercole. Anche un testimone attento del tempo, Plutarco, scrive che "a cinque giorni di navigazione dalla Britannia, verso occidente, ci sono isole e dietro di loro un continente" e Plinio nota "che tutto l'Occidente al di fuori delle colonne d'Ercole e' ormai osservato ed esplorato".

Ma anche piante come il mais o l'ananas, la cui diffusione in Europa è fatta risalire alla scoperta dell'America, in realtà sottolinea Cadelo, erano presenti nel Mediterraneo già in epoca romana. E non e' tutto. Nel saggio vengono infatti esaminate anche diverse culture che con il mare ebbero un rapporto importante, come quella babilonese, che è all'origine del calendario e del concetto di latitudine e longitudine, quella indiana, che nell'antichità sviluppa eccezionali strutture portuali ed estese i suoi commerci in tutto l'oceano Indiano, e quella polinesiana, che fece della navigazione la base della propria organizzazione sociale. Tutte culture, dice Cadelo, che "elaborarono in maniera molto simile la scienza della navigazione". Ed i Romani non furono i soli a giungere nel Nuovo Continente. Una leggenda? Ma all'origine di una leggenda c'è sempre una storia vera.


Sergio Nava

La fuga dei talenti

Storie di professionisti che l'Italia si è lasciata scappare

Edizioni Sanpaolo, pp364, € 18,00
Libro - La fuga dei talenti

Una cinquantina d'anni fa, Giovanni Ansaldo in un suo corsivo sul Mattino di Napoli di cui era direttore, definì “emigranti in doppiopetto” quei ricercatori, più o meno giovani, che lasciavano il nostro paese per poter continuare il loro lavoro. Molti di questi si sono distinti nei vari settori della scienza. Ma il fenomeno viene da lontano, è antico quanto il nostro paese. Perché? Chi indulge al di fatalismo, risponde con la frase evangelica “Nemo propheta in patria”, chi cerca di indagare ci offre un'immagine impietosa del fenomeno. Sergio Nava, giornalista di Radio 24 Il Sole 24 Ore, scandaglia nel mondo dei fuggiaschi offrendoci 27 storie di ricercatori, professori universitari, artisti, imprenditori, architetti, ingegneri, medici, giornalisti, funzionari e avvocati che hanno dovuto lasciare la cosiddetta patria non per tanto emergere, per eccellere, quanto per farsi una posizione, per lavorare onestamente e scrupolosamente.

Il libro viene definito un viaggio-denuncia sui giovani talenti emigrati dall'Italia che concordemente definiscono il paese più clientelare e immeritocratico dell'Europa occidentale. Comun denominatore delle 27 storie è l'apertura di credito in bianco, che i giovani talenti hanno ricevuto da parte di strutture – pubbliche o private – alla presentazione di un'idea, di un progetto che potesse avere qualche chance, la mancanza di farraginose burocrazie, la possibilità di poter parlare direttamente con i big dell'università o di un'azienda per esporre le proprie intenzioni. Un fenomeno antico, si è detto, e ci viene in mente quanto accadde a Guglielmo Marconi quando offrì, ovviamente per iscritto, su carta legale, il telegrafo senza fili alle Regie Poste Italiane. “La ringraziamo – risposero i cervelloni delle Poste dopo svariati mesi – ma il suo congegno non ci interessa”. Marconi emigrò in Gran Bretagna e il resto è storia. Ma si potrebbero fare tanti altri esempi risalendo molto in là nel passato. Quale la causa? Forse sarebbe più giusto dire le cause. Gli scarsi fondi destinati alla ricerca (in Italia si investe solo l'1,5% del PIL, a fronte dell' 1,93% dell'UE), i pochi posti di ricercatore che oltretutto sono malpagati (dagli 800 ei 1200 euro mensili lordi) ma Nava aggiunge una terza causa: le baronie universitarie e il nepotismo, l'abitudine a trattare i giovani assistenti a livello di colf a cui affidare il lavoro più oneroso, il lavoro sporco per poi prendersi tutto il merito di una ricerca o di un'analisi di laboratorio firmando libri e articoli, omettendo ovviamente il nome di chi si è rimboccato le maniche per lavorare, destinato poi al più completo oblio. Perché ad occupare il primo posto disponibile verrà chiamato il figlio del tale, il nipote del talaltro quando non la ragazzotta scaltra e priva di scrupoli aggiungendo al nepotismo anche il velinismo, quello che l'on. Paolo Guzzanti ha definito “la mignottocrazia”.

Vi stupite ancora se i migliori se ne vanno? Attualmente sono 1468 gli scienziati che lavorano all'estero, ma si tratta solo di quelli che si sono registrati nel data base on line del Ministero degli Esteri. Ma si stima siano fra i 7 e gli 8mila. Pochissimi, quelli che rientrano, anche perché il programma di rientro predisposto dal MIUR (quando era ministro Letizia Moratti) è miseramente naufragato per gli stipendi di fame offerti a chi tornava e poi è stato sospeso per mancanza di fondi.

Volete saperne di più (cifre, leggi, nomi e cognomi)? Leggete questo libro, scritto, oltretutto, in uno stile estremamente scorrevole e brioso.


Francine Ferland

Essere nonni oggi e domani

Piaceri e trabocchetti

Edizioni Sanpaolo pp. 143 € 12,00
Libro - Essere nonni oggi e domani

Una figura, direi, aberrante di questi tempi è quella del nonno-sitter, cioè del nonno che deve farsi carico a tempo pieno di uno o più nipoti. Il nonno-sitter accompagna il nipote a scuola e lo va a riprendere, controlla che il bambino segua una corretta alimentazione, trascorre con lui i pomeriggi ai giardinetti, lo aiuta a fare i compiti, lo porta agli spettacolini per bambini, a svolgere attività sportiva, lo accompagna dal medico quando è necessario. Insomma, dopo aver tirato su i marmocchi-figli adesso fa altrettanto con i marmocchi dei figli i cui genitori sono entrambi al lavoro e non possono permettersi una tata (unica soluzione praticabile nella quasi totale assenza di strutture pubbliche alternative) o a divertirsi da qualche parte. Il nonno sitter è un pensionato che sognava, una volta lasciato il lavoro, di intraprendere una nuova stagione fatta di viaggi, di frequentazioni di cinema e teatri, di svolgere quell'attività che aveva sempre desiderato senza averne l'opportunità.

Non si capisce bene da che parte stia questo libro, se dalla parte dei nonni che rivendicano la propria libertà, da quella dei nipoti che, grazie ai nonni, non sono sballottati tra asili e doposcuola, o da quella dei genitori dei suddetti nipoti che lavorano tranquillamente e spesso se la spassano anche. Forse vorrebbe essere soltanto una fotografia dell'esistente, ma poi si esalta il ruolo del nonno che rappresentala memoria storica della famiglia, la sua continuità che con la cultura e l'esperienza dovuta all'età è un potenziale educatore con i fiocchi. Ma è giusto tutto questo? E' giusto che delle persone, unicamente perché hanno superato l'età pensionabile si facciano carico di simili oneri quotidiani e anche di quotidiane responsabilità?

Francine Ferland, pediatra specializzata in terapia occupazionale presso la Scuola di riabilitazione dell'Università di Montréal, ha sviluppato un modello d'intervento basato sul gioco come terapia per i bambini affetti da autismo o disabilità fisiche. La realtà che la Ferland descrive è quella del Quebec, regione francofona con fortissime presenze europee. La comunità maggiore di Montréal è quella di origine francese, la seconda è quella di origine italiana (ormai siamo alla quinta generazione e passa). Nella zona, si è vissuto di recente (ma in alcuni centri il fenomeno è in atto adesso) il passaggio dalla famiglia patriarcale, di taglio contadino, a quella odierna e si comprende il perché di questa necessità di coinvolgere i nonni nell'educazione dei figli, per non tagliare le proprie radici.