Sono passati quasi quattrocento anni dalla sua morte, avvenuta a Pechino nel 1610, ma il nome di Matteo Ricci, nella versione cinese di Li Madou, viene ancora pronunciato con ammirazione in Cina, dove nei libri di storia lo si ricorda con l'appellativo di «Uomo straordinario». E questo non perché egli sia stato il primo missionario a raggiungere questo sterminato paese, diverso da tutti quelli in cui la Compagnia di Gesù, fondata nel 1534 da Ignazio di Loyola, aveva in pochi decenni diffuso il cristianesimo, ma per il particolare modo con cui egli svolse l'arduo compito che il suo superiore Alessandro Valignano, coordinatore delle missioni in Asia, gli aveva affidato. Valignano, che si era dovuto fermare a Macao, alle porte della Cina, sapeva bene che essa era un paese nobile e grande abitato da gente accorta e governato con prudenza dove fare proseliti era estremamente difficile. Ci voleva un personaggio particolare, in grado di rappresentare nel miglior modo possibile la civiltà occidentale e la religione che essa professava. La sua scelta cadde su Matteo Ricci e, come racconta la bella ed esauriente biografia che Michela Fontana, matematica e divulgatrice scientifica di grande esperienza gli ha dedicato e che è uscita in questi giorni in libreria, («Matteo Ricci. Un gesuita alla corte dei Ming», Mondadori editore 350 pagine, euro 18,50) fu una scelta particolarmente felice.

Matteo Ricci proveniva da una famiglia della piccola nobiltà di Macerata, dove era nato nel 1552, ma già a vent'anni, novizio della Compagnia di Gesù, si era messo in evidenza come uno degli allievi migliori del Collegio Romano dove si studiavano in maniera approfondita non solo i classici latini e greci e la teologia, ma veniva data anche grande importanza alle materie scientifiche e in particolare alla matematica che, in quei tempi, spaziava in campi diversi come astronomia, musica, geografia, meccanica e architettura. E infatti, accanto al teologo Roberto Bellarmino, futuro cardinale e santo, Ricci ebbe tra i suoi insegnanti Cristoforo Clavio, astronomo e matematico di grande fama.
Fu con questo bagaglio culturale che Ricci si preparò a diventare missionario in Asia e fu proprio per questa preparazione, per la predisposizione a imparare le lingue, per la straordinaria memoria e per le doti diplomatiche che nel 1583 Valignano lo scelse per entrare, insieme a un confratello, nell'immenso e sconosciuto mondo cinese. E fu solo un anno dopo il suo ingresso quasi clandestino nella città di Zhaoqing che Ricci eseguì la prima delle sue mappe geografiche che fece conoscere ai cinesi un quadro del mondo completamente diverso rispetto a quello a cui erano abituati. Nelle loro mappe la Cina occupava la maggior parte dello spazio, non comparivano l'Europa e l'America e gli stati del sudest asiatico, il Giappone e l'India erano marginali e piccolissimi. Ricci, diplomaticamente, conservò la Cina la Terra di mezzo, come i suoi abitanti la chiamavano, al centro della mappa, ma diede le giuste proporzioni agli altri continenti e ne tradusse i nomi in caratteri cinesi. Nel corso dei 27 anni che trascorse in Cina, fino alla sua morte, Ricci eseguì poi molte altre mappe sempre più dettagliate e ricche di descrizioni che furono xilografate in decine di copie, alcune delle quali entrarono persino nelle stanze dell'imperatore. Come riuscì Ricci in questa e in altre imprese quasi irraggiungibili anche per i più elevati notabili locali? Sicuramente una spiegazione si può trovare nel fatto che nel giro di pochi anni il gesuita si era adeguato ai costumi locali, facendosi cinese tra i cinesi ed assumento il nome di Li Madou Xitai ossia Li dalle prime lettere del cognome (come si sa i cinesi non hanno la erre), Madou da Matteo, Xitai che significa dell'estremo Occidente e negli anni successivi era diventato del tutto padrone della lingua e dei costumi, si era fatto crescere barba e capelli e indossava gli abiti di seta dei letterati. Questo lo aveva reso ospite apprezzato delle famiglie più altolocate, dove aveva avuto occasione di far conoscere la matematica e il calendario astronomico occidentali, più comodi e affidabili di quelli cinesi.
Nel frattempo continuava la sua scalata alla classe colta cinese, convinto che contasse soprattutto la qualità piuttosto che la quantità di chi riusciva a portare dalla sua parte. Come ho accennato Ricci era dotato di una memoria eccezionale che gli consentiva di ricordare centinaia di caratteri cinesi dopo averli letti una sola volta. Il gesuita dava il merito alle memotecniche tanto in voga alla sua epoca in Occidente e le descrisse in un volumetto che avrebbe dovuto aiutare ad affrontare i difficili esami imperiali. Ma fu quando si stabilì a Pechino che Ricci realizzò l'impresa per cui i cinesi lo ricordano ancora con gratitudine. Insieme all'amico Xu Guangqui, convertito al cristianesimo con il nome di Xu Paolo, tradusse i primi sei libri degli «Elementi» di Euclide dedicati alla geometria e alla teoria delle proporzioni. Per farlo dovettero letteralmente inventare tutta una terminologia matematica che non esisteva e che da allora è rimasta nella lingua cinese. A questo lavoro ne seguì un altro che, partendo da un testo recentemente pubblicato dal suo maestro Clavio, introduceva in Cina la trigonometria.
Ricci morì poco dopo, ma proprio per questi suoi meriti scientifici ebbe l'onore di essere sepolto a Pechino su un terreno donato dall'Imperatore. E, nonostante tutte le vicissitudini succedutesi nel paese, la sua tomba con una lapide in latino e in cinese è ancora al suo posto, nel cortile del Collegio amministrativo, un tempo Scuola del partito comunista cinese.