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Caro energia e dintorni

Rigassificatori

Pro e contro

di Bartolomeo Buscema
Bartolomeo Buscema

L’aumento dei prezzi del petrolio e del gas naturale con i collegati problemi di approvvigionamento sui mercati esteri, ha già da qualche anno aperto il dibattito sull’installazione di rigassificatori nella nostra penisola. Il tono che si registra dai media ha una coloritura d’urgenza con un’enfasi particolare che vede nei rigassificatori la soluzione miracolistica ai difficili problemi energetici del nostro Paese.

Noi che siamo restii ai facili entusiasmi cerchiamo di capire a cosa serve e cos’è in concreto un rigassificatore e quali sono i possibili rischi di tale tecnologia.

A cosa serve

Considerato che l’Italia dipende fortemente dall’estero oltre che per il petrolio anche per il gas naturale e che le aree attuali di maggior fornitura (Russia in testa) cominciano ad alzare i prezzi del gas, la strategia di diversificare le fonti di approvvigionamento ricorrendo a Paesi lontani tra cui la Nigeria e l’Indonesia è in linea di principio condivisibile. L’importazione di gas da tali aree, lontane per collegarsi con un metanodotto, è attuata con navi cisterna dette “ metaniere” che trasportano il gas metano liquefatto. Le metaniere sono evidentemente un anello della catena che prevede l’estrazione del metano in fase gassosa, la sua liquefazione e il pompaggio in navi cisterne. Il metano, poi, per essere riutilizzato e immesso nei metanodotti deve essere riportato allo stato gassoso tramite appunto un impianto di rigassificazione.

Cos’è un rigassificatore

La rigassificazione del metano è un procedimento di natura fisica e non chimica.In estrema sintesi, un impianto di rigassificazione è formato da più contenitori criogeni che immagazzinano il gas metano trasportato dalle navi allo stato liquido a -160 gradi e a pressione atmosferica, e da un sistema di scambiatori di calore al cui interno fluisce il gas liquido che man mano diventa gassoso per effetto del calore ceduto dell’acqua di mare che, prelevata e re immessa in mare con adatti sistemi di pompe e tubazioni, bagna la parte esterna degli scambiatori di calore.

I rischi possibili

Per avere un quadro chiaro dei rischi di un impianto di rigassificazione è opportuno esaminare le tre direttive “Seveso” sugli incidenti industriali rilevanti.

La “Seveso1” è una direttiva europea che in Italia è stata recepita con il DPR 175 del 1988. Essa ha imposto il censimento degli stabilimenti a rischio, con l'identificazione delle sostanze pericolose. Tra le tipologie degli stabilimenti che svolgono "attività a rischio di incidente rilevante" sono compresi i rigassificatori. Successivamente, con la legge 137/97 (articolo 1, comma 1) è stato introdotto l'obbligo per i sindaci di informare preventivamente la popolazione sulle misure di sicurezza da adottare in caso di incidente.

Con la "Seveso 2" (ossia il decreto legislativo 334 del 1999 che recepisce la direttiva comunitaria 96/82/CE) gli obblighi per le attività a rischio di incidente rilevante sono diventati ancora più stringenti imponendo:

Infine, con la “Seveso 3”, che ha recepito la direttiva europea 2003/105/CE sugli incidenti rilevanti, viene ad aggiungersi l’obbligo di consultare la popolazione interessata per una più efficace redazione dei piani di emergenza e l’introduzione di misure per la salvaguardia di eventuali vie di trasporto presenti nell’area circostante lo stabilimento.

Le tre direttive Seveso impongono dunque precisi obblighi da rispettare per la costruzione di un impianto di rigassificazione. Ma quale è la magnitudine di un indesiderabile incidente in un impianto di rigassificazione?

Fra i tanti studi internazionali registriamo quello autorevole condotto nel 2003 dalla Commissione Energia della California. Lo studio ci informa che nel caso di rottura dei contenitori di metano liquefatto di un impianto medio di rigassificazione si sprigionerebbe una nube di gas per un raggio di 55 km. Indubbiamente è un dato preoccupante, ma va subito detto che le norme costruttive e di esercizio di un impianto di rigassificazione sono rigidissime. Il che vuol dire che tali impianti hanno un elevato grado di sicurezza. Ma come l’esperienza insegna non esiste un rischio nullo. Si tratta, come sempre, di calcolarlo con la massima precisione possibile e di prendere le necessarie precauzioni per salvaguardare l’incolumità delle popolazioni vicine.

Infine, c’è anche un aspetto energetico - economico che vorremmo brevemente tratteggiare. Sotto il profilo dei costi energetici la liquefazione del gas metano ( che a pressione atmosferica avviene a - 160 °C ) e il mantenimento di tale livello termico nelle navi gasiere per la durata media di un viaggio marittimo costa energeticamente circa il 20 per cento dell’energia contenuta nel combustibile trasportato!

Sotto l’aspetto eminentemente economico già oggi si rileva che le centrali di liquefazione del gas metano cominciano ad essere insufficienti per sostenere la sensibile crescita della domanda che è sotto i nostri occhi. Se aggiungiamo poi che gli assetti geopolitici dei Paesi produttori di gas non fanno ben sperare, è facile prevedere che prima o poi il mercato del gas naturale liquefatto si conformerà a quello del gas trasportato con i metanodotti con le conseguenze che quotidianamente sperimentiamo.